quod est e quo est nell'opera di Alberto Magno

Nel lessico della scolastica latina, l’espressione quod est (“ciò che è”) e quo est (“ciò per cui è”) designa una coppia concettuale usata per analizzare la costituzione dell’ente e il rapporto tra essenza ed essere. In Alberto Magno la distinzione è rilevante perché si colloca all’incrocio tra l’eredità neoplatonica (in particolare attraverso lo Pseudo-Dionigi) e la ricezione aristotelica mediata dai commentatori arabi, e perché funge da strumento per chiarire come un ente finito sia “qualcosa” (una natura determinata) e al tempo stesso “sia” (abbia l’atto d’essere) senza identificarsi con l’Essere stesso.

1. Origini e funzione della coppia concettuale

La coppia quod est/quo est ha una lunga storia. In forma embrionale si lega alla tradizione boeziana (specialmente nella riflessione su id quod est e esse) e alla grammatica metafisica della partecipazione: un ente non è l’Essere in quanto tale, ma partecipa dell’essere. Dire che una cosa è quod est significa riferirsi al soggetto o alla “cosa” sussistente; dire che è quo est significa riferirsi al principio grazie al quale il soggetto è in atto come ente. La coppia, dunque, è un dispositivo analitico: separa concettualmente ciò che sussiste da ciò che lo fa sussistere.

Nel contesto del XIII secolo, la distinzione assume una funzione precisa: evitare due riduzionismi opposti. Da un lato, evitare che l’essere venga pensato come un semplice predicato aggiunto dall’esterno all’essenza (come se fosse un accidente); dall’altro, evitare che essenza ed essere siano rigidamente identificati in ogni ente, come se ogni cosa fosse l’Essere stesso. Alberto utilizza la coppia in modo flessibile, spesso intrecciandola con le categorie aristoteliche di sostanza/atto/potenza e con la grammatica neoplatonica dell’emanazione e della causalità partecipata.

2. Alberto Magno tra Aristotele e la tradizione della partecipazione

Alberto Magno è tra i grandi mediatori della filosofia aristotelica nel mondo latino. I suoi commenti e trattati mostrano un progetto sistematico: integrare la scienza naturale e la metafisica aristoteliche in una visione cristiana del mondo, mantenendo però un’attenzione costante alla gerarchia dell’essere tipica del neoplatonismo. In questa cornice, quod est/quo est funziona come “cerniera” tra due linguaggi:

  • linguaggio aristotelico: l’ente è una sostanza determinata, composta (in molti casi) di materia e forma, e spiegabile tramite cause;
  • linguaggio partecipativo: ogni ente finito riceve l’essere e la perfezione da una causa prima, e quindi non è autosufficiente nel suo essere.

In Alberto, l’ente creato non è mai “chiuso” su se stesso: anche quando lo si descrive come sostanza naturale, esso rimane dipendente da un principio superiore che lo attualizza. Perciò l’analisi del quo est non è un tecnicismo: è una via per esprimere la dipendenza ontologica del creato.

3. Che cosa significa quod est in Alberto

Quod est rinvia in primo luogo al sostrato sussistente, al “questo” ente concreto: l’uomo, la pietra, l’angelo. È l’ente come soggetto di predicazioni, come termine ultimo a cui si attribuiscono proprietà. Nel linguaggio scolastico potremmo dire che indica la res, la sostanza o ciò che “sta sotto” (sub-stare) alle determinazioni.

Ma in Alberto il quod est è anche la natura determinata per cui una cosa è ciò che è: la sua essenza o quiddità. Per questo, talvolta la distinzione quod est/quo est si sovrappone (senza coincidere perfettamente) alla distinzione tra quidditas (che cosa è) e esse (il fatto di essere). L’ambivalenza è significativa: Alberto non vuole ridurre il quod est a un puro “soggetto vuoto”, perché per lui il soggetto è sempre una sostanza determinata, con una forma che ne definisce la specie e le operazioni.

4. Che cosa significa quo est in Alberto

Quo est indica “ciò per cui” un ente è: il principio di attualità dell’ente in quanto ente. Qui si apre il nodo teoretico più interessante. In alcune linee della tradizione, il quo est può essere inteso come l’atto d’essere (actus essendi), distinto concettualmente dalla natura determinata che lo riceve. In altre linee, può essere inteso come un principio formale (ad esempio la forma sostanziale) che rende la cosa tale.

In Alberto, il quo est viene spesso utilizzato per indicare un principio che non si lascia esaurire nella sola forma naturale. La forma spiega perché una cosa è questa specie e ha queste operazioni; ma il fatto stesso che essa “sia” in atto come ente rimanda a un’ulteriore dimensione: la dipendenza dalla causa prima e la partecipazione all’essere. Per questo, quando Alberto parla del quo est come “ciò per cui è”, l’orizzonte è frequentemente quello dell’ordine delle cause: il quo est non è semplicemente un componente intrinseco, ma può essere interpretato come principio ricevuto, derivato, partecipato.

5. La distinzione come analisi dell’ente creato

La metafisica albertina insiste sul fatto che l’ente creato è compositus in vari sensi. Nelle sostanze corporee è composito di materia e forma; nelle sostanze spirituali (come gli angeli) manca la materia, ma permane una composizione in senso più profondo: l’ente finito non coincide con l’essere stesso e quindi la sua essenza non è autoesplicativa quanto al suo essere.

La distinzione quod est/quo est serve allora a rendere dicibile questa “composizione metafisica” senza introdurre una separazione reale grossolana. Alberto tende a trattare la distinzione come distinzione di ragione (o comunque come distinzione concettuale) utile a salvare due tesi:

  1. l’ente è veramente una cosa determinata (non un fascio di predicati);
  2. l’ente è dipendente nell’essere e non è autosussistente come Dio.

Di conseguenza, il quod est esprime la consistenza ontologica dell’ente finito, mentre il quo est esprime l’atto e la dipendenza: l’ente è “qualcosa” ed è “in atto” perché riceve l’essere, e questa ricezione non è un evento accidentale ma una relazione strutturale.

6. Dio come caso limite: identità tra quod est e quo est

La tradizione scolastica impiega spesso la coppia per formulare la dottrina classica della semplicità divina: in Dio non c’è composizione, dunque ciò che Dio è e ciò per cui Dio è coincidono. Alberto muove in questa direzione: in Dio non c’è distinzione tra essenza ed essere, perché Dio è ipsum esse (l’Essere stesso) e non partecipa dell’essere come gli enti creati.

Qui la distinzione gioca una funzione teologica oltre che metafisica: rende intelligibile la differenza tra il Creatore e il creato. Se negli enti creati si può distinguere concettualmente tra quod est e quo est, in Dio tale distinzione collassa perché Dio non riceve l’essere: è la fonte dell’essere. In questa prospettiva, la coppia concettuale diventa una grammatica della dipendenza: dove c’è ricezione c’è distinguibilità; dove non c’è ricezione c’è identità.

7. Relazione con la teoria della partecipazione e delle cause

Il motivo della partecipazione è centrale per comprendere come Alberto interpreti quo est. Un ente creato è, per così dire, “illuminato” dall’essere: riceve perfezione e attualità. Questo ricevere è descritto attraverso la causalità: Dio come causa prima e le cause seconde come strumenti che mediano forme e perfezioni.

In tale quadro, il quo est può essere pensato come il “punto di contatto” tra l’ente e il principio da cui procede la sua attualità. Non significa che l’atto d’essere sia una “cosa” separata dentro l’ente; significa che l’ente non è autosufficiente e che il suo essere è intelligibile solo se si tiene insieme:

  • un principio intrinseco che lo determina (forma, natura);
  • un principio trascendente che lo attualizza come ente e ne conserva l’essere (causa prima).

La coppia quod est/quo est permette di articolare questa doppia dipendenza senza dissolvere la realtà delle nature finite.

8. Confronto sintetico con Tommaso d’Aquino

Anche se Alberto è maestro di Tommaso d’Aquino, non coincide con lui in ogni formulazione. Nel tomismo maturo, la distinzione tra essenza ed actus essendi assume una forma più netta e diventa l’asse della metafisica dell’ente creato. In Alberto, invece, la terminologia quod est/quo est resta più “polifonica”: può appoggiarsi alla grammatica boeziana e partecipativa, e al tempo stesso dialogare con il linguaggio aristotelico di forma e atto.

Questo non è un difetto, ma un tratto storico: Alberto lavora in un momento di intensa traduzione e assimilazione di fonti. La sua distinzione è spesso operativa, pensata per risolvere problemi esegetici e dottrinali (come l’interpretazione di Aristotele o l’armonizzazione con la teologia), più che per costruire un sistema metafisico unificato attorno a un solo asse.

9. Implicazioni: conoscenza, linguaggio e analogia dell’essere

La distinzione ha conseguenze anche sul piano epistemologico e linguistico. Se negli enti creati ciò che una cosa è e ciò per cui è non coincidono, allora i nostri concetti non catturano l’essere in modo univoco: essi colgono nature determinate e, attraverso esse, risalgono analogicamente all’atto d’essere e al suo principio. L’analogia (in senso ampio) diventa necessaria: non diciamo “essere” nello stesso modo di Dio e delle creature, ma neppure in modo puramente equivoco.

In termini albertini: le creature sono enti veri, ma il loro essere è “da altro”; perciò il linguaggio dell’essere richiede graduazione, proporzione e causalità.

10. Conclusione

Nell’opera di Alberto Magno, quod est e quo est non sono semplici etichette, ma un’architettura concettuale che consente di pensare insieme: la solidità delle nature finite, la loro dipendenza ontologica e la trascendenza del principio primo. La distinzione permette di descrivere l’ente creato come “qualcosa” che sussiste e opera secondo una forma, e come “qualcosa” che è in atto perché partecipa dell’essere. In Dio, invece, la distinzione si risolve in identità, perché Dio non riceve l’essere: è la fonte dell’essere. Così la coppia quod est/quo est si rivela un linguaggio privilegiato per esprimere la differenza fondamentale tra partecipazione e identità, tra creatura e Creatore, tra essere ricevuto e essere per essenza.